“It is a difficult business—this time-keeping; nothing more quickly disorders it than contact with any of the arts.”—Virginia Woolf, Orlando, 1928

L’obiettivo di questa collezione è dimostrare quanto i ruoli di tempo e spazio abbiano influito sulla moda del passato e di oggi. Da un lato il tempo, nella sua accezione di tempo lineare, che lega determinate caratteristiche a periodi precisi; e dall’altro, forse più interessante, il tempo non lineare, in cui elementi distintivi di altre epoche entrano con forza nelle opere di stilisti di tempi altri, che utilizzano riferimenti temporali per comunicare esigenze di oggi, manipolano e trasformano le stratificazioni temporali dando vita ad un’opera complessa. Tempo non lineare è anche uno sguardo sul terzo tempo: il futuro. Uno sguardo alle concezioni di futurismo e avanguardia ieri e oggi.

E poi lo spazio, l’importanza dei luoghi come identità culturale, le storie di forme e tessuti provenienti da diverse epoche che ci raccontano storie importanti; il tempo, ancora una volta, che si lega indissolubilmente ad un luogo, un’incredibile storia spazio-temporale che gli abiti sono in grado di raccontarci.

Ed infine un’altra interpretazione del tempo, inteso come velocità e lentezza. Una riflessione sul qui ed ora, sull’abbigliamento oggi e sulle dinamiche di fast e slow fashion.

TEMPO LINEARE E NON LINEARE: GLI ANNI '50

Negli anni ’50, in Italia, la sala bianca di palazzo Pitti era il luogo d’elezione della moda italiana. Il new look di Christian Dior e l’eleganza delle dive del cinema erano la principale ispirazione degli stilisti di tutto l’occidente. Qui, a destra, un abito originale dell’epoca, in basso, due differenti reinterpretazioni delle forme e delle linee della moda del secondo dopoguerra. Gli anni ’50 rappresentano un decennio fondamentale nella storia della moda, un periodo di grande trasformazione e rinnovamento che ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del design e dello stile. Dopo gli anni di austerità imposti dalla seconda guerra mondiale, la moda degli anni ’50 esplode in un tripudio di colori, forme e materiali innovativi, riflettendo il nuovo ottimismo e la prosperità economica

È  primitivo “tornare a ciò che conta”. E cosa conta di più in un periodo di ritorno alle origini. Non c’è nessuno che possa alzare il termostato della provocazione sessuale sovversiva tanto quanto la signora Prada. Le sfumature anni Cinquanta, con gli chignon alti, i reggiseni con ruches e le fruscianti didietro delle gonne a tubino sotto il ginocchio, sono riuscite a incanalare il periodo d’oro di Cinecittà senza clichè. Soprattutto, questa è una collezione destinata a stare ancora meglio su una donna con un corpo reale che su una modella adolescente. E questo, la signora Prada sicuramente lo sa, è davvero “ciò che conta”.

Vogue BY SARAH MOWER September 22, 2008

We wanted to create collections that were not overly trend driven that had a timeless quality and remain affordable, Staudinger told us.

Quirky handbags, 50s inspired jumpsuits and frocks that look as if they were made for the LA sunshine certainly meet this aesthetic.
STAUD

IL CORSETTO

La sovrapposizione dei piani temporali, il nuovo significato degli elementi del passato. Tra tutti gli elementi ripresi dalla moda dei secoli passati, il corsetto è forse quello più reinterpretato dagli stilisti di ogni decennio. Da Jean Paul Gaultier (a destra) a Dolce e Gabbana (a sinistra) il bustier è stato ripreso e reinterpretato trasformandosi da elemento nascosto di silenziosa sofferenza ad elemento di manifesta sensualità e riappropriazione del potere.

JEAN PAUL GAULTIER 1989 GIOCARE CON IL TEMPO
I piani temporali si fondono e si incontrano in questa giacca del 1989 firmata Gaultier. Dove l’antico (il corsetto ottocentesco) si fonde con l’ultra contemporaneo nella scelta del materiale, del colore e dei lacci da scarpe.

“Per la loro collezione D&G primavera 2002, Stefano Gabbana e Domenico Dolce hanno scambiato il mondo dei club di danza techno – uno dei loro punti di riferimento ricorrenti – con quello delle compagnie di balletto, piene di scarpe con punta di raso e sbarra. Come tanti aspiranti di A Chorus Line, le modelle si sono lanciate nello spazio dello show curvy vestite con top, gonne, giacche e leggings ammassati e strettamente stratificati, spesso avvolti con spessi nastri di raso e stelle filanti di chiffon. I tutù vertiginosi si sono trasformati in gonne a strati, indossate con magliette con slogan sfacciati e maglioni cardigan avvolgenti. Toni sbiaditi di grigio, nudo e kaki giocano con esplosioni di verde neon. Come con la maggior parte degli spettacoli di D&G, il look accumulato ha lo scopo di accendere fuochi di lussuria tra i fanatici della moda adolescenziale.” –

TESSUTI CHE RACCONTANO UNA STORIA

AMERICA LATINA

Questa straordinaria tecnica di ricamo paraguaiana è diretta discendente si un’antica tecnica di ricamo spagnola: il merletto di tenerife (un ricamo monocolore, perlopiù bianco), questo fornisce precise informazioni sui tempi e modi in cui il nanduti è arrivato in Paraguay, al contempo però ci mostra anche la mutazione che avviene quando un elemento arriva in una terra che ha le sue caratteristiche riconoscibili e intrinseche, il merletto allora si carica dei colori della terra paraguayana diventandone elemento identitario e distintivo, parte della storia e della cultura di quella terra: Secondo una leggenda paraguayana il ñandutí fu creato da una donna indigena, il cui figlio era innamorato di una ragazza molto bella. Poiché era molto corteggiata, la ragazza aveva detto agli uomini del villaggio che si sarebbe sposata solo con chi le avrebbe portato qualcosa di così prezioso da non potere essere rimpiazzato. Il suo spasimante si era allontanato nel bosco in cerca di qualcosa che fosse davvero unico; quando incontrò un ragno che tesseva una tela tra i rami di un albero si fermò a guardare quella meraviglia che sotto il sole sembrava riflettere mille colori diversi. Alla fine prese la tela, ma non andò molto lontano: dovette lottare contro un suo concorrente, ma vinta la battaglia si accorse di non avere più nulla in mano. Gli venne in aiuto la sua anziana madre, che con i suoi capelli si mise a tessere la stessa trama del ragno, per costruire una tela che sarebbe resistita alle mani di chi l’avesse toccata

Colori e forme di una terra che ci regala due diverse interpretazioni dei concetti di tempo e spazio.Da un lato un’antica tecnica di ricamo paraguaiana è testimone di una storia, l’arrivo degli spagnoli in Paraguay nel 1537, e di un racconto. Dall’altro l’interpretazione dei colori e delle forme della sua terra della stilista colombiana Kika Vargas.

Da giovane a Bogotá, in Colombia, Kika Vargas sognava di diventare un giorno una stilista. Avanzando velocemente fino ad oggi, la stilista è ormai una veterana del settore che si è fatta le ossa in Missoni prima di lanciare il suo marchio di prêt-à-porter femminile nel 2010.

Le collezioni di Kika Vargas sono orgogliosamente ispirate al suo retaggio colombiano. Realizzati a Bogotá con materiali di provenienza locale, i modelli del brand sono un trionfo di colori accattivanti, stampe e silhouette voluminose e ultra femminili.

LA SCOZIA E IL TARTAN

 

Il tartan è, anche, alla base del successo di Burberry, il marchio inglese che è riuscito a rimanere un classico e allo stesso tempo a essere protagonista della moda contemporanea. Questo motivo occupa un posto speciale nella storia della moda, grazie alla sua capacità infinita di rinnovarsi. Il tartan non solo fa storia, ma racconta storie. Dall’intreccio di fili di diversi colori, che si ripetono nel cosiddetto sett, uno schema definito sia nella trama che nell’ordito, nascono linee e quadrati con effetti cromatici unici. Originariamente legato alla Scozia, il tartan è stato adottato dagli abitanti delle Highland intorno al XVI secolo come simbolo di appartenenza culturale.

Il legame tra spazio e abbigliamento, manifesto di secoli di storia e identità culturale è sicuramente emblematico del tessuto scozzese per eccellenza il tartan. Ricco di connotazioni storiche, sociali e politiche, ogni trama del tessuto racconta l’intrecciarsi di storie diverse. Qui, a destra, un modello di Vivienne Westwood, stilista inglese che
ne ha fatto il proprio marchio distintivo, il tessuto del nazionalismo rifiutato, una manifestazione di ribellione e dissenso contro la monarchia e il governo britannico a causa delle molteplici ingiustizie commesse nel corso della storia

IL GIAPPONE

KANSAI

YAMAMOTO

La moda giapponese è stata, forse, l’unica a mantenere uno stretto rapporto con la tradizione senza subirne il peso, utilizzandone l’eredità per innovare e stupire.

TRADIZIONALE SIMBOLO DEL GIAPPONE, LA TIGRE, VIENE INSERITO DA KANSAI YAMAMOTO IN UN CONTESTO TOTALMENTE DISSONANTE, POP E ANTICONVENZIONALE.

Dal suo debutto europeo a Londra nel 1971, Yamamoto ha attirato l’attenzione di figure influenti non solo nel mondo della moda, ma anche nell’arte in generale, collaborando con artisti di spicco come David Bowie e Lady Gaga, quest’ultima, da sempre appassionata dello stile di Kansai Yamamoto, ha indossato proprio questo abito nel 2014.

Mescolando l’antica arte del teatro Kabuki con un’estetica futuristica e androgina, Yamamoto ha ridefinito la tradizione per rispondere alle esigenze della modernità, introducendo nuovi modelli sia in Asia che in Occidente.

ISSEY MIYAKE: LO STILISTA GIAPPONESE CHE TRASFORMA GLI ORIGAMI IN ABITI

Il punto di partenza dello stile eclettico di Miyake non è soltanto la relazione tra il corpo e l’abito, ma anche la consistenza dei tessuti, mostrando una preferenza per quelli piegati o stropicciati. Il designer giapponese ha reso popolare la tecnica del plissé, caratterizzata da piccole pieghe ravvicinate che conferiscono agli abiti un effetto a fisarmonica. Gli abiti di Miyake, emblema di moda sostenibile, spesso sono realizzati partendo da un unico pezzo di stoffa, con tecniche all’avanguardia. Il suo capo più celebre è A-POC, acronimo di A Piece of Clothing, un lungo capo di vestiario tessuto senza cuciture né tagli, indossato contemporaneamente da diverse modelle in passerella, per un effetto futuristico senza precedenti.

La ricerca di materiali innovativi, uno stile tecnologico e futuristico, e l’ambizione di creare qualcosa di totalmente nuovo, distinguono Watanabe come un designer straordinariamente innovativo. La sua estetica riflette una contemplazione sulla forza e sull’audacia, con linee taglienti e spigoli che superano i confini del corpo per occupare lo spazio circostante. La sua proposta non è semplicemente provocatoria, ma una vera e propria espressione dell’arte del vestire. Giacche, kilt e accessori si liberano dalla banalità per rinascere in forme totalmente rinnovate, aggiungendo freschezza al consueto e sorprendendo nel familiare. Questa è la grande virtù di Watanabe: esplorare e reinterpretare mondi, estetiche e riferimenti, illuminandoli con la propria creatività. Il risultato sono capi che non solo vestono il corpo, ma che trasmettono pensieri ed emozioni profonde.

Negli anni ’80 Rei Kawakubo ha fatto il suo ingresso nel mondo della moda, portando sulle passerelle degli stilisti giapponesi abiti distintivi caratterizzati da volumi unici e una chiara posizione “anti-moda”. Kawakubo è stata sempre influenzata da un approccio anti-fashion, fortemente femminista: la sua prima sfilata di moda si è tenuta a Parigi nel 1982, dove ha presentato il suo marchio, Comme des Garçons.

BACK TO THE FUTURE

Back to the future: Tra avanguardie e retro futurism. Come immaginavamo ieri il futuro? La moda, come ogni arte, si interroga ciclicamente sulla previsione dei tempi, cogliendo nella contemporaneità elementi che anticipano il futuro. (Qui a destra top pelle Olivier Theyskens). 

Dal retro futurism degli anni ’70 e ’80 alle avanguardie degli stilisti Belgi degli anni ’90, un’importante riflessione sulla contemporaneità scaturisce dalla visione dell’idea di futuro del passato. 

In basso invece abito destrutturato di Martin Margiela.

Negli anni 90’,lo stilista belga proponeva linee pulite, la celebrazione del difetto e quel suo continuo reinterpretare e riciclare erano lontani anni luce dal dominante concetto di neobarocco e ostentato lusso tipico del periodo.
Gli abiti della Maison, nata nel 1988, proiettavano l’idea di essenziale, il processo di costruzione del vestito prendeva forma attraverso una finissima lavorazione artigianale.

Nome di riferimento della moda d’avanguardia, Margiela è stato il maestro della decostruzione, un continuo tagliare e rimontare insieme parti di abiti

N°1 THE PAST IS WHAT BONDS US, THE FUTURE LEADS US A/rchive Study by Federico Nessi. A Magazine N°1 Curated By Maison Martin Margiela

Il Socks Sweater di Martin Margiela incarna e restituisce quei valori fondanti del brand e dello stilista. Emblema della DECOSTRUZIONE, l’atto di scomporre le cose per comprenderne il significato intrinseco. Riusare per risemantizzare. Scomporre vecchi oggetti militari, come in questo caso, si carica ancor di più di un significato profondo, legando i motivi della decostruzione alla storia e al concetto di TEMPO, creandone qualcosa di nuovo. In poche parole: DECOSTRUIRE IL PASSATO PER CREARE IL FUTURO. 

Non a caso lo stile del tutorial proposto da Martin Margiela riprende quello stile del Fai-da-te dei vecchi manuali di maglieria dei tempi di guerra, oltre che nell’esplicito utilizzo di calzini militari.  Quella che al tempo era una necessità diviene per Margiela un manifesto. Il simbolo del lavoro dello stilista e del significato di questa prima collezione: il rapporto tra Moda-Contesto storico-Tempo e Risorse.

UNA RIFLESSIONE SULL'OGGI: FAST E SLOW FASHION

Il Socks Sweater di Margiela fornisce gli ultimi temi oggetto di riflessione di questa collezione. Il tempo come durabilità: quanto a lungo dovrebbe durare un capo di abbigliamento? E quando può essere decostruito per diventare qualcosa di nuovo? E il tempo come durata: Quanto tempo occorre per creare un capo di abbigliamento? E qual è il tempo GIUSTO?

Oggi: il ruolo del tempo nei processi produttivi e di consumo. 

Una disamina su Tempo Spazio e Moda non può prescindere dalla riflessione sull’oggi. Il tempo, inteso come durata, di produzione e consumo degli abiti nella contemporaneità (in contrapposizione con produzione e durata nel passato). E lo spazio, i luoghi di inizio e fine vita degli stessi capi d’abbigliamento che in entrambi i momenti (quando vengono prodotti e quando “smaltiti”) distruggono ecosistemi, economie locali, storie di persone e luoghi che abbiamo analizzato in questa collezione.

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